Sab. Lug 13th, 2024

Gli appuntamenti con la Bagheria degli anni ’40 e ’50, raccontata dal Professore Antonino Russo mitigano i fermenti politici, e ci narrano di una città in cui i mostri suonavano sferzati dal vento. Oggi sono rimasti solo mostri che ballano… il ballo del qua qua.

Quando ragazzo sono entrato per la prima volta dentro la Villa Palagonia, un signore che abitava lì dentro, non ricordo a che titolo, mi ha dato una sua spiegazione dei famosi mostri.
Il Principe di Palagonia era gobbo e piccolo di statura, ha ordinato agli artisti che dovevano decorare gli ambienti della Villa e del palazzo di creare mostri di pietra in modo che la sua figura risultasse accettabile in mezzo a tanta bruttezza, io in quel momento, ho presa per buona questa spiegazione. Quando sono diventato più grandicello ho pensato che quello era stato frutto della fantasia di quel signore e di altre persone dell’epoca, che addirittura, ci volevano far credere che i pupi con in mano strumenti musicali la sera suonavano. I pupi erano scolpiti in pietre di tufo. Quando il vento soffiava forte alcune parti delle statue a volte vibravano e davano l’impressione che i loro strumenti stessero suonando. Alcuni buontemponi fazevano rumori con la bocca e ci dicevano: Sentite? Sentite?
Noi dicevamo di si per non farli dispiacere.

Ricostruzione fotografica dell’antico ingresso

Questi erano discorsi che si facevano unicamente in strada. Noi ragazzi entravamo sempre nel recinto della villa perchè la porticina che immetteva in essa era sempre aperta. Inutilmente i proprietari della villa rimettevano la serratura nuova; la porta dopo poco tornava ad essere aperta perché qualcuno ne forzava la serratura.
Si diceva che questa era opera di ragazzetti più in là negli anni, rispetto a noi.
La porta aperta era utile quando nel salone delle feste si svolgevano serate danzanti per le feste di matrimoni. Noi entravamo per ascoltare la musica delle improvvisate orchestre. Poi ci attardavamo ad osservare i pupi.
Noi piccoli eravamo convinti che i pupi ci conoscevano e ci sorridevano.

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Di Antonino Russo

Bagherese del ‘36, nel 1959 si trasferisce a Napoli per insegnare in una “elementare” nel popolare e pittoresco rione Vergini - Sanità. Si lascia coinvolgere dai fermenti culturali di Bagheria, dandosi proficuamente alla poesia, ma anche alla saggistica e alla narrativa. Collabora con numerose testate, è sociologo dal 1990.